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Da piccola ho pensato che cercare il significato del mio nome ‘Marianna’,
e tutte le persone conosciute che lo rappresentavano, potesse dirmi qualcosa in più su di me…
E così, scoprire il romanticismo passionale della giovane Marianne Dashwood di Ragione e Sentimento (J. Austen) o l’importanza simboleggiata dalla Marianne francese, ha nutrito un’innocua e fanciullesca convinzione di giusta “appartenenza” al mio nome.
Una certa comprensione sull’argomento chi sono/nome l’ho avuta più tardi, verso la quindicesima annualità esistenziale, quando l’inquadratura è cambiata mostrandomi la Fossa delle Marianne, la più profonda depressione oceanica conosciuta al mondo, e nel contempo un adulto amichevolmente diceva ad un altro: “non aver paura della Marianna tua………………..”.
Ebbene oggi, nell’anticamera della quarantesima annualità,
sono pienamente io
nel nome che mi è stato dato, nella fluidità del suono emesso e della materia espressa,
nella lunghezza della composizione che dolcemente arpeggia.
Sono pienamente io
fuori dal mio nome che tacitamente chiede
l’invisibilità del colore
nel chiaror delle stelle.
Vorrei prendere il senso della bellezza che incontro ogni giorno,
vorrei trovarlo nell’esperienza naturale delle cose.
Vorrei creare
silenzio, meraviglia e stupore.
Vorrei scivolare nelle creazioni degli altri miei simili
che non si accontentano e fanno.
Vorrei afferrare quell’attimo in cui tutti i colori
fermano parole e azioni,
per dare all’immaginazione
infinita libertà.

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